NON C'È VIA DI FUGA
Una figura femminile si muove nello spazio, cambia direzione, cerca un varco. Il suo movimento sembra indicare una possibilità di fuga, ma ogni gesto la riconduce alla stessa condizione. Il conflitto non rimane confinato nel luogo in cui accade. Attraversa le immagini, entra nello sguardo e continua a vivere nella coscienza di chi osserva.
NON C'È VIA DI FUGA nasce da questa impossibilità di restare davvero lontani. Anche quando non siamo coinvolti direttamente, il conflitto modifica il modo in cui percepiamo il presente e mette alla prova la nostra capacità di riconoscere il dolore degli altri. La distanza fisica non coincide con una distanza interiore.
La statua simbolica diventa una donna reale, vulnerabile e resistente. Non rappresenta un’eroina né una vittima astratta. È una persona esposta alla violenza della storia e, nello stesso tempo, alla responsabilità dello sguardo collettivo. Il suo corpo rende visibile ciò che spesso riduciamo a notizia, numero o immagine destinata a scomparire.
In un conflitto non esiste vittoria. Restano perdite che continuano oltre il momento in cui le armi tacciono. Uscire dalla logica della contrapposizione significa riconoscere nell’altro non un nemico da cancellare, ma una presenza con cui condividere responsabilità, memoria e futuro. Costruire insieme non vuol dire annullare le differenze o dimenticare le ferite. Vuol dire impedire che siano l’odio e la paura a decidere ciò che diventeremo.
L’opera invita a non distogliere lo sguardo e a cambiare la domanda.
Non chi combattere, ma cosa possiamo ancora costruire insieme.