CECITÀ

Individualità e pluralità

CECITÀ
CECITÀ — dettaglio
CECITÀ — dettaglio
CECITÀ — dettaglio
CECITÀ — dettaglio
CECITÀ — dettaglio
CECITÀ — dettaglio
CECITÀ — dettaglio

Una figura femminile guarda verso un paesaggio che non può vedere. Gli occhi sono coperti da una benda e da forme geometriche rigide che si sovrappongono al volto. Il mondo rimane visibile intorno a lei, ma qualcosa interrompe il rapporto diretto con la realtà. Non manca ciò che potrebbe essere osservato. Manca la possibilità di riconoscerlo pienamente.

CECITÀ nasce da questo paradosso. Viviamo in un tempo di sovrabbondanza informativa, attraversato ogni giorno da dati, notizie, immagini e stimoli che chiedono attenzione immediata. Abbiamo accesso a una quantità di contenuti mai conosciuta prima, eppure la nostra capacità di comprendere ciò che ci circonda sembra indebolirsi.

La cecità cognitiva non coincide con l’assenza di informazioni. È l’incapacità di orientarsi dentro il loro eccesso, di distinguere il vero dal falso, l’essenziale dal superfluo, ciò che amplia la conoscenza da ciò che occupa soltanto lo sguardo. Più vediamo, meno riusciamo a trattenere. Più siamo informati, più rischiamo di perdere una visione complessiva del presente.

Le bende che attraversano i volti non arrivano soltanto dall’esterno. Sono costruite anche dai filtri con cui scegliamo ciò che vogliamo vedere, dagli algoritmi che confermano le nostre convinzioni e dalla velocità che impedisce al pensiero di fermarsi. Ogni figura abita lo stesso paesaggio, ma rimane chiusa dentro una diversa forma di oscuramento.

Tornare a vedere richiede tempo, dubbio e attenzione. Significa rallentare, confrontare le fonti, mettere in discussione ciò che appare evidente e lasciare spazio a ciò che non coincide con le nostre certezze. L’opera non invita a cercare un’unica verità, ma a recuperare la capacità di discernere.

La realtà non scompare. Si offusca quando smettiamo di interrogarla.

Serie
Bendate